Federalismo sanitario: in che direzione va la sanità pubblica?

  Il 18 ottobre 2018 si è tenuto a Roma, presso l’Auditorium del Ministero della Salute, l’incontro organizzato da CittadinanzAttiva: “Osservatorio Civico sul Federalismo in Sanità – Rapporto 2017”, al quale l’A.P.E. Onlus è stata invitata a partecipare quale associazione rappresentativa delle pazienti affette da endometriosi. Si è dedicato ampio spazio al problema attuale e tutt’altro che superato del “federalismo sanitario”, ovvero alla disparità di trattamento del paziente sul territorio nazionale e, di conseguenza, al “turismo sanitario” ovvero la pratica, che sempre più spesso si traduce in una necessità, di cambiare regione pur di avere un’adeguata risposta sanitaria. Il Rapporto ha messo in evidenza luci ed ombre della capacità delle regioni di investire, organizzare e assicurare l’erogazione di prestazioni nel rispetto dei canoni dettati dal Servizio Sanitario Nazionale a tutela della salute, diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Ciò che è emerso anche presso il Tribunale per i Diritti del Malato è che i cittadini lamentano con sempre più frequenza difficoltà nell’ottenere una visita e i tempi di attesa aumentano ancor di più se le prestazioni da erogare sono destinate ai malati cronici presso strutture caratterizzate da forte affluenza, come ospedali e poliambulatori ASL. Lo stesso vale per gli interventi chirurgici preceduti da lunghi periodi di attesa e per gli esami diagnostici, con conseguente rinuncia alle cure. Le lunghe liste d’attesa sono una delle cause incidenti alla rinuncia, insieme a motivazioni di tipo economico, soprattutto se consideriamo la distanza che spesso intercorre dal luogo di residenza del paziente rispetto a quello di erogazione della prestazione. Ma mettendo a confronto i tempi d’attesa imposti dal canale pubblico con quelli del servizio intramurario, ci si trova di fronte ad un divario inaccettabile, nel quale la prestazione erogata in intramoenia risponde invece tempestivamente alle necessità di cura e ciò a discapito del cittadino, costretto a sostenere una spesa più alta, e del servizio pubblico, che perde entrate utili al suo stesso sostentamento. Risulta confermata l’importanza del Piano Nazionale della Cronicità (PNC) che nasce dall’esigenza di armonizzare a livello nazionale le attività in questo campo, con un documento messo a punto dalla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute e condiviso con le Regioni, compatibilmente con la disponibilità delle risorse economiche, umane e strutturali, che individui un disegno strategico comune inteso a promuovere interventi basati sulla unitarietà di approccio, centrato sulla persona ed orientato su una migliore organizzazione de i servizi e una piena responsabilizzazione di tutti gli attori dell’assistenza. Lo scopo è contribuire al miglioramento della tutela per le persone affette da malattie croniche, riducendone il peso sull’individuo, sulla sua famiglia e sul contesto sociale, migliorando la qualità di vita, rendendo più efficaci ed efficienti i servizi sanitari in termini di prevenzione e assistenza e assicurando maggiore uniformità ed equità di accesso ai cittadini. Il PNC prevede infatti aspetti trasversali di assistenza al malato cronico, quali interventi su disuguaglianze sociali, fragilità e/o vulnerabilità; diffusione delle competenze, formazione, sostegno alla ricerca; appropriatezza nell’uso delle terapie e delle tecnologie ed aderenza alla terapia farmacologica; sanità digitale; umanizzazione delle cure; il ruolo dell’associazionismo; il ruolo delle farmacie. Tra i temi affrontati dal Piano, assume rilievo quello dell’appropriatezza nell’uso delle terapie e delle tecnologie ed aderenza alla terapia farmacologica nell’ottica di una condizione che il malato subisce tramite la sottovalutazione dei sintomi e conseguente ritardo nelle cure, l’esecuzione di esami inutili in quanto inidonei alla diagnosi o perché ripetuti più volte; il tema dell’umanizzazione delle cure, la promozione della dignità, di una relazione fondata su accoglienza, ascolto attivo ed empatia, corretti modelli di comunicazione e informazione esaustiva e la garanzia del sostegno psicologico, la gestione del dolore fisico e psichico, per finire con il tema del costo privato dei farmaci sintomatici e il mancato riconoscimento del dolore come motivo di assenza dal lavoro. Viene poi sottolineato il ruolo centrale delle associazioni di tutela delle persone con malattie croniche che svolgono un’azione collettiva, responsabile, solidale e hanno un ruolo importante nella implementazione e valutazione delle politiche della cronicità e nell’erogazione dell’assistenza, specialmente in questo particolare momento storico di contenimento delle risorse destinate ai servizi. Il loro ruolo è strategico per il miglioramento della qualità dell’assistenza e di conseguenza della qualità della vita delle persone e delle loro famiglie e per costruire percorsi di socializzazione e di integrazione, migliorando il rapporto e il dialogo con le istituzioni. Le associazioni svolgono inoltre l’importante compito di anticipare la segnalazione di bisogni emergenti, fungono da stimolo delle istituzioni pubbliche a tutela dei diritti dei cittadini, contribuiscono alla formazione della cultura della solidarietà e delle reti informali di sussidiarietà; per questi motivi è importante tenere conto delle loro proposte nella definizione delle politiche sulla cronicità e nella programmazione di iniziative a livello aziendale, regionale e nazionale. Si è parlato anche di LEA, nomenclatore, differenza di spesa sanitaria pubblica procapite nelle varie regioni, farmaci innovativi e Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA). Si è affrontato poi il tema delle "Autonomie Differenziate" ovvero un nuovo e diverso regime operativo con il quale ciascuna regione assumerà maggiore libertà in ambito sanitario. È emerso un atteggiamento di attenzione per i molteplici fattori di rischio ad esso collegato, quali la mancata previsione di un controllo capillare e puntuale dei risultati man mano raggiunti e la pericolosità di un controllo postumo e ciò in special modo avuto riguardo alle regioni (non poche) meno virtuose in fatto di Sanità. Mancherebbe inoltre un vademecum con standard minimi da raggiungere e l’obbligatorietà di attività costante di verifica e monitoraggio. Il progetto prevede quale interlocutore il solo Dipartimento Affari Regionali mentre il Ministero della Salute ne resterebbe pericolosamente e curiosamente escluso. Questo nuovo approccio, se da un lato potrebbe tradursi in una importante accelerazione per realtà regionali che già si distinguono per best practices, dall’altro porta con sé il rischio di tradursi in una rafforzata Babele, perseverando nella prassi ormai consolidata di differenziare troppo i cittadini in base alla regione di appartenenza, minando così un SSN con il quale si vorrebbe invece uniformare il più possibile il trattamento dei pazienti su tutto il territorio nazionale. Monia Caringi